La forma originale

Da decenni, ma con una perniciosa insistenza in tempi recenti, uno dei dibattiti più accesi tra i praticanti di Taiji quan verte sull’antichità delle proprie forme: quella tal scuola fa perno sulla forma classica del Taiji quan stile Yang, la talaltra pratica uno stile Chen non originale, l’altra ancora ha riscoperto la forma lunga di Wang Zhong Yue.
Altrettanto spesso, purtroppo, ben poco storico-scientifiche sono le fondamenta di tali discussioni, in quanto la creazione e lo sviluppo delle arti marziali cinesi sono narrate in innumerevoli casi attraverso fonti leggendarie più che attraverso solidi fatti o documenti.
Il problema vero, però, è, d’altro canto, il motivo per il quale tale dibattito accende tanto gli animi, quasi che trovare la più antica forma reperibile sia garanzia di massima efficacia in tutti gli ambiti nei quali lo stile si distingue.
Se prendiamo spunto per questa riflessione dalla convinzione vieppiù diffusa che si stia praticando un’Arte marziale, occorrerebbe chiedersi per quale motivo un’Arte, che per sua stessa natura evolve nel tempo per modi espressivi, strumenti, finalità, giungendo non di rado a scardinare gli stili precedenti come esperienze ormai ampiamente digerite, superate, talvolta addirittura zavorre per lo sviluppo futuro, debba prendersi la briga di tornare continuamente alla ricerca dell’epoca d’oro della letteratura, della pittura o della musica.
Nel corso della vita biologica di un maestro vero di una qualunque arte – e diamo momentaneamente per scontato che il Taiji quan rientri fra queste – l’evoluzione delle competenze tecniche conduce assai spesso a ricerche e sperimentazioni sempre più profonde ed elevate al contempo: prendendo ad esempio Johann Sebastian Bach, immenso musicista, probabilmente picco massimo di un’epoca e punto di partenza per generazioni di musicisti successivi, scopriremo che la sua opera pressoché unanimemente considerata la più importante e complessa, sebbene incompiuta ed edita postuma, è l’Arte della Fuga, vertice della composizione contrappuntista e da taluni ritenuta il vertice della composizione musicale di ogni epoca.
Per certi versi potremmo dire che Bach ha trasceso la mera tecnica per accedere all’Arte pura, ad una libertà espressiva che ha generato nuove regole e nuovi sentieri da percorrere.
Riportando la riflessione al Taiji quan, colpisce il fatto che a Zhang San Feng, figura semistorica di iniziatore della tradizione dello stile, sia attribuita non una forma originale, assoluta ed insuperabile, di cui tutte le deformazioni successive rappresentano un allontanamento dalla fonte, bensì solamente le otto porte (Ba Men) e i cinque passi (Wu Pu), dai quali si dice traesse libere e fluide concatenazioni di tecniche, in un certo qual senso forme, ma uniche e irripetibili, in parte assimilabili alle jam sessions di una jazz band. Per quanto si possa disputare sulla reale esistenza del personaggio, colpisce l’attribuzione del metodo, secondo l’antico adagio per il quale “la leggenda cela sempre una parte di verità”.
Un altro personaggio-chiave delle arti marziali interne cinesi è Dong Hai Zhuang, fondatore del Ba Gua Zhang, di cui si narra che adattasse il proprio insegnamento alle capacità e alle competenze preesistenti di ogni allievo e che in qualche modo creasse le proprie tecniche in combattimento, aderendo al patrimonio tecnico dell’avversario.
In sostanza, una volta impressi nelle proprie cellule i principi e l’essenza del Wushu cinese, egli tralasciò pressoché completamente forme e figure, creando dal nulla i movimenti e le reazioni attraverso la propria arte, i cui strumenti non erano, per l’appunto, concatenazioni prestabilite, ma gli elementi di base dello stile, il passo e i caratteristici colpi di palmo, le torsioni dell’asse, la forza altrui aggirata e assorbito in moto tangente.
Troviamo, infine, un ennesimo, illustre esempio di questo approccio in Wang Xiang Zhai, fondatore dell’Yi quan, il cui lungo viaggio di ricerca attraverso la Cina di inizio ‘900 lo portò ad affrontare e studiare maestri di un elevato numero di stili differenti, alla ricerca di un fondamento primo dell’arte marziale cinese in generale.
Il risultato di questo viaggio-studio fu l’elaborazione, per certi versi non innovativa, forse addirittura archeologica, di uno stile privo di forme concatenate, che si concentra per lo più sulle posizioni statiche (Zhan Zhuang), che rappresentano un pilastro dell’allenamento sia degli stili interni, sia di tutto ciò che è ricondubile allo Shaolin, sulla ripetizione prolungata di singoli movimenti alla ricerca della “vera forza”, su spostamenti mutuati dal Ba gua, seppur rielaborati, sull’emissione della forza interna (Fa Jing), sul lavoro a coppie tipico del Taiji quan.
Quello di Wang Xiang Zhai può considerarsi un tentativo riuscito di tornare alla fonte primaria e di conseguenza può risultare spiazzante per tutti i fautori della forma “originale”, l’unica corretta, contenente segreti straordinari, che pone il praticante ben al di sopra di tutti gli altri poveri e illusi praticanti.
Occorrerebbe, forse, comprendere che le forme sono compendi di principi e tecniche, i primi in qualche modo assai più longevi delle seconde, che vanno invece riadattate al proprio tempo, se se ne vuole preservare l’efficacia.
Se il praticante allena il proprio stile in un percorso organico, rispettandone l’essenza e i fondamenti, con costanza, duro lavoro e un buon esercizio di introspezione fisica e mentale può ottenere migliori risultati, indubbiamente assai più faticosi e sudati, di chi si affida ad una mitica età dell’oro, da cui qualcuno ci dovrebbe traghettare l’unica sequenza vera, l’unico stile realmente efficace, a prescindere dal talento e dalla dedizione del praticante.

Articolo del Maestro Max Motta