Tradizione o innovazione?

Nei dibattiti fra gli appassionati di qualsivoglia arte quelli fra i sostenitori di tradizione e innovazione sono spesso accesi e vivaci, ma é nel campo delle arti marziali che si raggiungono spesso toni e argomenti diametralmente opposti.
Per restringere il perimetro ed entrare più nel dettaglio, prenderemo qui in considerazione i rapporti fra tradizione e innovazione negli stili interni cinesi, soprattutto nell'ottica della formulazione di una progressione o addirittura di una evoluzione della pratica e della didattica.
Cominciamo col dire che esiste un enorme sfasamento fra il livello raggiunto dai praticanti del passato rapportato con quelli attuali. Certo bisogna tenere conto della tendenza alla narrazione "mitologica" di fatti ed eventi che ne costituiscono la storia, ma, anche limitandosi alle notizie realmente accertate, rimangono distanze incolmabili.
Naturalmente questa valutazione é più orientata all'aspetto marziale che a quello salutistico, energetico o meditativo, più difficili da comparare e sicuramente più sottolineati (quando non esclusivi) nei praticanti attuali.
Per chi come me non riesce a separare questi aspetti e si ostina a ricercare una crescita complessiva, forse anche più equilibrata, ma che non si rassegna a una perdita di efficacia e cerca addirittura un miglioramento anche in termini marziali, utili quantomeno per verificare oggettivamente l'effettivo funzionamento (per testare cioè tale progressione fuori dai condizionamenti autoindotti), rimane il dilemma di cosa e come praticare, quanta e quale tradizione deve entrare negli allenamenti e nelle lezioni.
In realtà nel caso degli stili interni cinesi non é neanche possibile parlare di tradizione, ma piuttosto di tradizioni, di un insieme cioè di concetti-esercizi-esperienze che dovrebbero costituire un sistema completo per traghettarci verso nuovi stadi di abilità, o addirittura di coscienza, e ci consentano di evolvere.
Certo rimangono le difficoltà dell'adattamento di sistemi nati e sviluppatesi in contesti completamente differenti. Oltre all’aspetto più citato (e a mio giudizio perfino abusato) delle differenze culturali fra noi occidentali e i Cinesi, ne esistono altri meno considerati, per esempio quelli anagrafici. Gli stili interni, infatti, sono stati concepiti per funzionare sui bambini, o al limite sugli adolescenti, non certo per gli adulti o addirittura gli anziani, che costituiscono la stragrande maggioranza degli attuali praticanti.
In qualsiasi altro sistema educativo il metodo e tutta la didattica non sono uguali per bambini e adulti, perché cambiano i meccanismi di apprendimento.
Per questa ed altre ragioni, i metodi "tradizionali" applicati in modo rigido e acritico perdono una parte consistente dei messaggi contenuti; d’altro canto é sicuramente vero che i tentativi più diffusi di "modernizzazione" hanno finora prodotto (nel migliore dei casi) uno spostamento verso le limitazioni settoriali di cui parlavamo prima. Spesso mi domando se i grandi maestri e praticanti del passato sarebbero veramente soddisfatti nel vedere le loro arti ridotte a un mero scimmiottare sistemi complessi.
E anche gli innovatori cosa penserebbero, vedendo quel che è stato dei loro sforzi? Cosa fare allora? Come cambiare senza cambiare? Questo apparente paradosso (che come tale è profondamente taiji) può e forse deve stimolare nei praticanti e ancor più negli insegnanti il porsi domande e analizzare se stessi e la propria arte. Da parte mia, senza presunzione, mi sono da tempo posto il problema del cambiamento.
Bisogna innanzitutto cercare di capire non solo le tecniche e le loro applicazioni, ma anche ipotizzare lo scopo didattico, cioè il motivo tecnico-energetico-motorio per cui affrontare in un determinato momento quella tecnica e in quale modo.
Sicuramente utile sarà il continuo confronto con altre scuole, sia del medesimo sia di altri stili, confronto che deve essere però vissuto non come mero collezionismo, né come pura competizione, ma piuttosto come verifica e arricchimento del proprio metodo.
Un altro fattore di cui tenere conto é quello legato ai tempi di allenamento. Nel mondo dei praticanti "moderni" lo spazio dedicato ad allenare e sviluppare le proprie capacità é sicuramente, e salvo lodevoli eccezioni, limitato. Questo fattore, se non adeguatamente preso in considerazione, può far naufragare qualsiasi tentativo di rielaborazione metodologica. D'altro canto, proporre un sistema in cui non sia chiaro a tutti che il raggiungimento di un alto livello passa anche attraverso allenamenti intensi e prolungati, diventa certamente mistificatorio.
Secondo me il tentativo va indirizzato verso un metodo progressivo e trasparente in cui ognuno possa trovare i propri spazi e le proprie motivazioni, cosciente del fatto che, a seconda del tempo e dell'impegno profuso, si coglieranno risultati proporzionati. Tale sistema dovrebbe anche essere modulabile, nel senso di consentire riduzioni ed aumenti dei tempi e delle possibilità, a seconda di quelle consentite dalla propria esistenza.
In questo modo chi più ha possibilità di tempo e potenzialità anche fisiche (giovani, atleti o ex atleti), potrà non sentirsi frustrato avendo ampie prospettive; ma anche chi, anziano, convalescente o semplicemente più impegnato da professione, famiglia o altro, potrà godersi a fondo e senza sensi di colpa queste splendide arti, assaporando nel contempo uno degli aspetti più esaltanti e avvincenti in esse contenute e la straordinaria ricchezza di sfaccettature, che intersecandosi le caratterizzano.
Particolare attenzione andrebbe portata verso gli equilibri che caratterizzano lezioni, seminari e approfondimenti; offrendo occasioni specifiche divise per livello, per aspirazioni e gusti personali, ma al contempo fornendo una solida base che includa tutti i molteplici aspetti.
La risposta sincera e non evasiva, da parte degli insegnanti alle domande poste dagli allievi, completa questa mia proposta. Infatti l’attitudine orientale a non rispondere in maniera diretta si è radicata e sviluppata in occidente, contribuendo (anche forse per appagare desideri inconsci di alcuni) a creare un immagine distorta, e le mancate risposte diventano magicamente messaggi esoterici, aumentando il distacco psicologico fra insegnante e allievo e la sudditanza, utile in alcuni casi anche per fini commerciali.
Tutti questi aspetti andrebbero analizzati, elaborati e, ove sia possibile, discussi.
Inoltre le modifiche andrebbero costantemente monitorate, e se necessario adattate alle realtà, come la disponibilità di tempo, le possibilità fisiche, quelle economiche, quelle sociali. Perfino la comprensione del percorso (quello fatto e quello da fare), sempre definendo con chiarezza gli obbiettivi, sia individuali sia collettivi.
Rimane a mio parere l’assoluta necessità di rielaborare e decifrare l’enorme quantità di informazioni contenute negli stili interni cinesi, in modo da renderli fruibili e utilizzabili nella attuale realtà quotidiana: solo così si potrà rivitalizzarle rendendole attuali, senza perderne i contenuti e senza svilirle.

Articolo del Maestro Mauro Bertoli